DEMOLIAMO LUOGHI COMUNI
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mercoledì 10 giugno 2015

Il reddito di cittadinanza e la Costituzione

Ha sollevato un certo stupore, negli ambienti anti-sistema, scoprire una netta convergenza tra Matteo Renzi e personalità insospettabili nella contrarietà al reddito di cittadinanza, così come proposto dal M5S. Alcuni fini giuristi si sono spinti a dire che il reddito di cittadinanza sarebbe addirittura contrario allo spirito, se non alla lettera, della Carta Costituzionale.
Avevamo già individuato alcuni strani casi di coincidenza di vedute tra esponenti dell'antisistema e del mainstream: clamorosa quella tra Schauble e i noeuro.
Non è mai facile comprendere le ragioni di queste sorprendenti convergenze. Con riferimento al tema specifico dobbiamo dire che il reddito di cittadinanza, in sé, non ci entusiasma: meglio sarebbe un programma di lavoro garantito coadiuvato da una riforma dei servizi pubblici all'insegna della gratuità (come spiegato qui). Stiamo parlando, oltretutto, di uno strumento "da maneggiare con cura", e che potrebbe anche sortire effetti controproducenti:


Tuttavia non ci verrebbe mai in mente di condurre crociate contro il reddito di cittadinanza; tantomeno potremmo pensare di mentire spudoratamente per attaccare quell'idea, come si fa quando si dice che essa è contraria a Costituzione.
Sul punto, è bene leggere questo ottimo articolo,
il quale giustamente richiama la disposizione costituzionale rilevante in materia, il secondo comma dell'art. 38:

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. 

Verrebbe quasi da dire che introdurre il reddito di cittadinanza risponda ad un obbligo costituzionale, altro che divieto!
Nella sua raffinatezza, la Costituzione italiana menziona un concetto keynesiano come la disoccupazione "involontaria". Si prende quindi atto che, in certi casi, il sistema economico non produce abbastanza impieghi per tutti. Se è vero che è compito della Repubblica garantire a tutti l'effettivo esercizio di un diritto al lavoro (art. 4 Cost.), è anche vero che, nel frattempo, non si può che fornire una qualche assistenza a chi un impiego non lo trova, e non lo può trovare.
Questo è quanto. Ora però vorrei inserire alcune considerazioni un po' più originali.
Quando si accenna alla non volontarietà, bisogna intendersi su quali siano i limiti della stessa. Se mi viene offerto un impiego non retribuito, ad esempio, e io lo rifiuto, mi ritrovo disoccupato in conseguenza di una mia scelta. Ovviamente questo grado di formalismo è inaccettabile. Ma allora qual è il limite entro il quale il rifiuto di un impiego non porta a considerare la disoccupazione come volontaria? 
Per capirlo, è consigliabile fare riferimento al medesimo testo costituzionale. Possiamo individuare due parametri: quello della dignità della persona e quello della sufficiente retribuzione
Del primo si ha un riconoscimento espresso all'art. 3 (tutti i cittadini hanno pari dignità sociale...), e soprattutto all'art. 41, laddove si afferma che "l'iniziativa economica privata (...) non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Del secondo si ha un riconoscimento espresso al primo comma dell'art. 36, che si ricollega al tema della dignità:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

Per le donne le condizioni diventano ancora più stringenti, come testimonia l'art. 37:

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Se ne può trarre la seguente indicazione: ogni cittadino ha sì il diritto di lavorare, ma quando si parla di "lavoro" in Costituzione si intende un impiego che, da un lato, non urta la dignità della persona, e all'altro garantisce una retribuzione adeguata. Un lavoro dignitoso, in una parola. Ne consegue che non può essere considerata involontaria la disoccupazione di chi rifiuti un impiego non dignitoso, ovvero un impiego che non gli garantisca una retribuzione adeguata.
Queste considerazioni, peraltro, evidenziano un limite della proposta dei 5 stelle: il cittadino disoccupato perde il reddito di cittadinanza se rifiuta tre offerte di lavoro, qualunque esse siano. La necessità di evitare che la persona sia costretta ad accettare qualsiasi lavoro, messa in evidenza da Grillo, non viene assicurata in misura definitiva. 
Ancora una volta, sarebbe opportuno non lasciare al mercato la scelta dell'impiego cui adibire i disoccupati, bensì organizzare un programma di lavoro garantito che sappia valorizzare le competenze e le vocazioni di ciascuno, garantendo un trattamento retributivo adeguato. 


mercoledì 8 aprile 2015

Cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?

Ogni icona, anche piccola, merita il suo carico di satira. Diego Fusaro è indubbiamente una piccola icona, e questo è un pezzo di satira particolarmente penetrante.
L'autore ci offre una divertente decostruzione della figura mediatica di Fusaro. Prima che un intellettuale infatti, Fusaro è un giovane di successo, un'autentica vedette. Nell'odierna società dello spettacolo* ogni gusto e tendenza (la massoneria, gli amanti dello yoga, gli appassionati di flag football) ha diritto ad una propria nicchia spettacolistica all'interno della quale operano le piccole star che fanno da riferimento a quel piccolo mondo. Fusaro è una star dell'Antisistema.
Sugli aspetti macchiettistici del personaggio, e sulla sua auto-promozione in termini di marketing, non posso che rimandare al pezzo linkato in apertura. Vorrei però dire due parole sul pensiero di Fusaro, ammesso che in questo caso pensiero e marketing siano distinguibili. 
Se davvero il fine della giovane vedette è costruire un "nuovo senso comune" che faccia da base ad un "fronte trasversale anticapitalista", chi abbia una minima frequentazione degli scritti del Nostro e soprattutto di quelli Preve sa che quel "senso comune" altro non è che il vecchio ordine sociale borghese.
Fusaro si appropria di una parte in grado di toccare una o più corde dell'animo di ciascuno di noi: quella di chi denuncia i mali del nuovo e predica il ritorno ai valori dell'antico. La critica principale (se non l'unica) che il Nostro rivolge al capitalismo è di aver sconvolto il vecchio ordine sociale borghese, fatto di equilibrio, misura e certezze. In quest'ottica Marx viene rielaborato come filosofo integralmente idealista, hegeliano, conservatore e, in ultima analisi, borghese. Chi ha dei dubbi si legga i testi di Fusaro, o anche solo quelli di Preve, che sono scritti meglio e si trovano gratis su internet. Al capitalismo viene contestata la corrosione degli istituti della Famiglia, dello Stato, della Nazione, della Religione, della Scuola (intesa nel senso di educazione all'autorità). E' perciò perfettamente naturale che Fusaro contrasti aspramente l'espansione dei "nuovi diritti" (anzitutto civili), tuoni contro l'insegnamento in inglese nell'università, e assuma posizioni sull'immigrazione assimilabili a quelle dei partiti xenofobi. Quel che ci critica del capitalismo, in altre parole, è il suo (presunto) portato di modernità; non la sofferenza che infligge ai singoli e alle masse, né nessun'altra ragione.

Il senso comune a cui allude Fusaro è un senso comune reazionario; e qui sta forse la chiave intepretativa del personaggio. Poiché il senso comune reazionario è, in realtà, assai diffuso nella società, Fusaro potrebbe ergersi a interprete di questo sentimento (probabilmente) maggioritario; ma la sua esigenza di mantenere un successo di immagine e pubblico presso l'Antisistema lo costringe a utilizzare concetti e toni troppo radicali per la platea mainstream.

Ha qualcosa di vagamente "anticapitalista" questo discorso? Neanche per idea.
L'anticapitalismo, se significa qualcosa, è il tratto unificante delle esperienze di lotta per l'emancipazione e contro l'asservimento a cui conducono i rapporti sociali capitalistici. Non si lotta contro il capitalismo tanto per farlo, ma per affermare qualcosa che ha un valore concreto. Questi valori sono, tipicamente, la libertà e la dignità umana. La lotta per la libertà e la dignità accomuna tanto chi lotta per il salario quanto chi lotta per l'affermazione dei propri diritti civili. Il capitalismo non fa, e non ha mai fatto, nulla per la promozione dei diritti civili, che invece sono stati conquistati al prezzo di dure lotte, arginate dalle medesime forze che presiedono al mantenimento dei rapporti di produzione capitalistici. Del resto, solo un provinciale potrebbe individuare nella promozione dei diritti civili e nel superamento delle vecchie istitutuzioni "patriarcali" un tratto necessario dello sviluppo capitalistico: nell'ambito di un mondo completamente e integralmente dominato dalle logiche del mercato, i diritti civili sono protetti solamente in una sezione del globo, l'occidente. Gli stati del Golfo Persico, ad esempio, sono all'avanguardia dello sviluppo capitalistico contemporaneo, ma presso di loro nessuno dei vecchi valori patriarcali ha subito il minimo appannamento. Chi poi volesse alzare lo sguardo, noterebbe che in giro per il mondo (in Russia, in India, in Turchia, in Iran) si sviluppano regimi che coniugano perfettamente promozione del neoliberismo e soppressione delle libertà civili e "intime".  

Chi presenta gli elementi costitutivi di un programma politico reazionario, indicandone una natura anticapitalista, non fa altro che aggiungere confusione alla confusione, mistificazione alla mistificazione. Fusaro continuerà a farlo, perché l'Antisistema continuerà a eleggerlo a propria vedette e icona. E forse è proprio questo il motivo per cui ce lo meritiamo.



*naturalmente uso l'espressione società dello spettacolo in senso generico e volgare, e non nel preciso significato che vi ha attribuito Guy Debord.

martedì 31 marzo 2015

Sulla coalizione sociale di Landini

Maurizio Landini sta compiendo un'operazione che ha pochi precedenti in Italia: sta mettendo i buoi davanti al carro.
 
Ogni impresa politico-elettorale deve tendere ad un certo fine, estraneo a quello dell'auto-preservazione e dell'accrescimento dell'impresa politico-elettorale in sé. Questo per dire che essa deve servire a qualcosa; deve fa sì che alle masse elettorale sia chiaro il perché, l'utilità pratica di quell'operazione.
Quando l'impresa non presenta alcun fine diverso da quello della mera auto-affermazione, può dirsi che essa sia fine a sé stessa; e poiché in fin dei conti stiamo parlando di imprese volte ad accaparrarsi quote di potere nella società, possiamo dire che un'operazione politica completamente fine a sé stessa altro non è che un'operazione di potere: una ricerca del potere per il potere.
Le operazioni di potere possono anche ottenere grandi successi elettorali. Ne è un esempio il fenomeno Renzi, la cui proposta politica coincide palesemente e ostentatamente con l'espansione del proprio potere. Vi è però un distinguo: la ricerca del potere per il potere si confà alle forze politiche sistemiche, o di regime, o mainstream che dir si voglia. Mal si attaglia, al contrario, alle forze (anche latamente) anti-sistema, contestatrici del regime. Quando queste si producono in operazioni politiche esclusivamente finalizzate alla propria auto-preservazione, scontano un'oggettiva difficoltà: l'elettore che è disposto ad aderire a simili proposte sarà sempre attratto da chi ha già a disposizione grandi quantità di potere, o comunque ha maggiori probabilità di ottenerlo e accrescerlo; in altre parole, questo elettore sarà sempre attratto dai partiti sistemici, e non certo da quelli (anche latamente) anti-sistema, che ben poco hanno da offrire in termini di potere (altrimenti, Lapalisse, non sarebbero anti-sistema). L'elettore che invece non vota chi ricerca il potere per il potere, e sarebbe perciò propenso a non votare i partiti di regime, scanserà con disgusto il partito anti-sistema che si comporta esattamente come le forze mainstream.
Ciò in buona parte spiega i clamorosi insuccessi della sinistra radicale (?) italiana degli ultimi 7 anni, dal 2008 ad oggi. Le varie aggregazioni proposte (Lista Arcobaleno, Federazione della Sinistra, Sinistra Ecologia Libertà, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras) non avevano altro da offrire che la preservazione del proprio ceto dirigente. Il (poco) voto raccolto è da considerarsi, perlopiù come voto identitario, di bandiera; non voto utile, non voto per qualcosa.
Per una forza anti-sistema, l'unico modo di non apparire (e di non essere) una mera operazione di potere è dotarsi di un programma di governo.
Qualcuno dirà: e che ci vuole a fare un programma di governo? Si possono scrivere in una notte!
Ora, il programma di governo NON è una lista della spesa che elenca le misure da adottare; è un programma di azione collettiva, che non può che essere elaborato collettivamente da soggetti capaci di garantirne l'attuazione. Questo è un punto chiave. Il programma non è una serie di desiderata, appartenente non al genere della politica ma a quello delle chiacchiere salottiere: il programma è un progetto di trasformazione sociale attuabile sin da subito, concretamente. Esso non comprende solo il cosa fare, ma il come farlo, non solo l'obiettivo, ma gli strumenti effettivi per raggiungerlo. Il programma, per così dire, è incarnato dalle persone in grado di realizzarlo. Quando si è in grado di stendere un progetto di trasformazione sociale che tocchi davvero interessi profondi e diffusi; quando si sono raccolte le persone in grado di attuarlo concretamente (futuri ministri, deputati, dirigenti di vario tipo); e quando si è approntato un meccanismo di partecipazione democratica capace di responsabilizzare queste persone, costringendole eventualmente a render conto del loro operato; allora si può dire di avere un programma di governo.
Va da sé che per giungere ad un simile risultato occorrono anni di immane lavoro da parte di numerosissime persone organizzate. Occorre essere in grado di raccogliere le istanze anche del più piccolo gruppo di interessi, le cui aspirazioni siano compatibili con i valori di fondo dell'organizzazione; e occorre stabilire luoghi di discussione per giudicare tale compatibilità. È necessario raccogliere tutte le migliori risorse intellettuali, tutto l'expertise diffuso nella società, e metterle in comunicazione tra loro. È necessario selezionare la futura classe di governo, una schiatta di donne e uomini capaci di confrontarsi con le immense difficoltà che pone la trasformazione sociale. Ed è indispensabile che tutto ciò avvenga in un quadro di confronto democratico e trasparente, il che presuppone regole certe, ed elaborate in maniera partecipata, su come deve essere condotto il dibattito e su come vengono prese le decisioni.
Ecco cos'è un programma di governo. Confronti il lettore l'elenco di requisiti che ho appena richiamato, con le condotte della sinistra radicale ieri, e del M5S oggi.
Un passaggio obbligato per imboccare una simile strada è, ritengo, quello indicato da Maurizio Landini: riunire in una coalizione sociale le associazioni e i gruppi di interessi alla cui base si trovano i valori che la nostra società ogni giorno umilia e devasta. Queste realtà devono cominciare a “parlare” tra di loro, a scoprire che cosa hanno in comune nonostante le differenze; e a lavorare insieme su piccoli obiettivi ampiamente condivisi e facilmente raggiungibili, coniugando (auspicabilmente) eccellenza intellettuale e dimensione di massa. Solo così può iniziare il cantiere del programma di governo del domani.
Fare altrimenti, lanciare nell'agone politico un cartello elettorale senza aver prima elaborato un progrmma di governo, compiere un'operazione di ricerca del potere per il potere: questo sarebbe, invece, un modo di mettere il carro davanti ai buoi, ed in definitiva di suicidarsi.
Non so se Landini abbia davvero in mente quello che ho appena descritto. A sensazione, direi quasi di sì. Ma solo il tempo ci dirà se ciò che il segretario della FIOM immagina sia davvero una cosa seria, o una boutade televisiva. Certo, se è una cosa seria prima o poi verranno al pettine certi nodi: come quello della permanenza della stessa FIOM in quello che è, a tutti gli effetti, un elemento del sistema come la CGIL.



domenica 29 marzo 2015

Informarsi prima di parlare?

Un sito che frequento è Sinistra in Rete, che a volte pubblica cose interessanti. Tutto sommato, però, il sito si adegua a molti luoghi comuni della sinistra "antisistema". Ultimamente presso quel mondo va di moda cercare di diffamare Tsipras e Varoufakis. Ecco un buon esempio. L'autore non prova alcun imbarazzo nel definire il governo Tsipras come un esecutivo di traditori del popolo greco. Per evitare il tradimento, quel governo dovrebbe puntare sulla solidarietà tra lavoratori greci e lavoratori tedeschi...uscendo dall'euro. Chi può capisca.
Queste opinioni sono pienamente legittime, e anche utili, in quanto documentano la frustrazione dell'antisistema nostrano nel constatare che la propria linea politica non porta alcun risultato, mentre una linea politica razionale, come quella di SYRIZA, qualche segno lo lascia.
Mi permetto di formulare un suggerimento per chi, come Giulio Palermo, ritiene doveroso diffamare il governo greco: informarsi un pochino sui dati. Altrimenti si rischia di apparire poco credibili.
Questo autore, in particolare, ha disseminato il suo scritto di riferimento al "debito greco verso le banche tedesche". Le banche tedesche vengono citate più di una volta. Basta questo dettaglio per dedurre la scarsa comprensione del nostro amico dell'intera vicenda di cui scrive.
Come è noto ai più, l'intera crisi del debito pubblico greco (dal 2010) ad oggi può essere riassunta come un colossale spostamente di risorse dai contribuenti europei alle banche europee (in particolare francesi e tedesche) via Grecia: gli Stati europei (più la BCE e il FMI) hanno dato ai precedenti governi greci i soldi con i quali rimborsare i debiti contratti verso le banche; a garanzia di questo credito hanno preteso le politiche di austerità. Quindi oggi i crediti delle banche europee verso la Grecia sono piuttosto irrisori; il grosso del debito è verso gli Stati. La liberazione delle banche europee, specie quelle tedesche, dal rischio dell'insolvenza greca, e il conseguente accollo di quel rischio da parte dei contribuenti europei, è il vero cuore della crisi dell'euro. Chi vuole una spiegazione migliore sullo stato dell'arte, legga qui e qui.
A Giulio Palermo, pertanto, è sfuggito l'essenziale di quanto avvenuto negli ultimi anni. Egli crede ancora che siamo nel 2011, e che i debiti della Grecia siano verso le banche.
Gli dò un consiglio: si informi prima di scrivere, e avrà ancora più successo nella suo opera di diffamazione.

domenica 22 marzo 2015

Cosa c'è che non va nell'Antisistema

Claudio Martini

Il lettore sa bene che il blog dal quale provengo si trova inserito in una specifica nicchia del web: quella della contro-informazione, o dell'informazione alternativa. Si tratta di una nicchia a tutt'oggi egemonizzata da schemi ideologici tipici della vecchia sinistra, anche se in verità non mancano gli sbandamenti a destra. In una frase, è il micro-cosmo dell'Antisistema.
Internet è uno strumento che permette di raccogliere ed elaborare milioni di dati e innumerevoli opinioni. È naturale pensare che, se ben utilizzato, possa essere l'incubatrice di un pensiero diverso, alternativo rispetto a quello dominante. Molti di noi, insomma, sono affascinati dalla speranza che un cambiamento della società possa germinare, a poco a poco, dal web. È la speranza che ci spinge a scrivere blog, quando ne abbiamo tempo e possibilità.
Sfortunatamente, si tratta di una speranza priva di fondamento. Non saremo noi a dar vita all'alternativa. Chiariamo perché, con due esempi.

John Kerry, qualche giorno fa, ha chiarito che gli USA intendono negoziare con Assad; in altre parole, che escludono una uscita di scena di quest'ultimo. Carla del Ponte è stata ancora più esplicita.
Era ovvio a chiunque masticasse un po' di storia del medioriente che gli USA non avevano mai avuto in mente di scalzare Assad, per non rovinare i rapporti con l'Iran, con il quale gli americani tentanto da anni di chiudere un accordo. Era evidente a chiunque consultasse le agenzie di stampa che la rivolta anti-Assad era del tutto spontanea e non pre-organizzata, ed era semplicemente dovuta all'incredibile asprezza della repressione del regime. Era del tutto evidente che gli USA non sarebbero mai intervenuti in Siria, come erano intervenuti in Libia.
L'Antisistema, pertanto, si è trovato di fronte ad una genuina rivolta popolare contro un regime para-nazista, ampiamente tollerato dagli USA, e cosa ha fatto? Ha sostenuto Assad, con tutto il cuore. Ha parlato di attacco imminente, sia all'Iran che alla Siria. Ha parlato di rivolta etero-diretta e di infiltrazione della CIA. Ha negato o minimizzato i crimini contro l'umanità del regime. Tutto perché Assad diceva di essere contro gli USA e Israele; tutto a dispetto dei fatti e della solidarietà umana nei confronti dei siriani.
Il mio, per aver detto la verità, ha ricevuto soltanto insulti. Il migliore è il seguente:

Cara mezza sega redattore di questo cesso di blog, ho appena notato le tue deiezioni a mezzo tastiera su (...), se sei uomo e hai le palle ti invito a presentarti a uno dei numerosi incontri a favore della Siria, della Resistenza Palestinese, di Hezbollah, della Repubblica Islamica Iraniana e dell'unione Eurasiatica a cui normalmente partecipo come relatore, moderatore o semplice spettatore (li troverai elencati via via sul mio blog), là avrai modo di ripetere le tue sfide e i tuoi insulti, nel qual caso ti riseverò una magistrale 'grigliata' di quelle che ti faranno voglia di andare a nasconderti nel tuo buco di culo internettiano e non uscirne mai più. Se poi cercherai di passare a vie di fatto sarò più che lieto di esercitare il mio diritto all'autodifesa.
Ecco, vedete, galantuomini simili si trovano attualmente al governo, in Siria...

Un altro esempio è L'Ucraina. L'Ucraina è l'UNICO esempio recente di rivolta popolare europea. Euromaidan è stato un movimento spontaneo, del tutto autonomo dagli (indecenti) partiti dell'opposizione filo-occidentale, che è riuscito, da solo, a scalzare un regime insopportabile. Maidan è riuscita a imporre la cacciata di Yanukovich, nonostante l'attivismo dei partiti di opposizione e dele cancellerie occidentali di mantenerlo al potere mediante un compromesso. Si è trattato di un evento grandioso, da studiare, da prendere a modello: un'insurrezione riuscita.Prossimamente, su questo blog, ci proponiamo di tratteggiarne la storia.
Questa piccola rivoluzione è stata letteralmente strangolata da Putin, che l'ha soffocata sul nascere mediante l'aggressione militare contro lo stato ucraino. Per farlo, Putin si è avvalso anche di bande paramilitari, piene zeppe di neonazisti, ricevendo l'applauso delle estreme destre europee. 
Come ha reagito l'Antisistema? Naturale: ha diffamato la rivolta popolare (defininendola fascista), ha sposato la causa delle bande separatiste filo-russe (definendole antifasciste), ha denunciato possibili aggressioni NATO alla Russia (!) e ha riconfermato la propria fede in Putin come baluardo dell'antimperialismo. Come se Lenin, a suo tempo, avesse appoggiato la Germania guglielmina in funzione anti-britannica.

L'ultima cantonata l'Antisistema l'ha presa con riguardo al governo di Alexis Tsipras; non si è trovato di meglio che lanciare un'allucinante campagna di diffamazione contro quel governo in generale, e contro Varoufakis in particolare. Ma ne abbiamo già parlato.

Che conclusioni possiamo trarre da questa trattazione sommaria della questione?

L'Antisistema ha tre grossi problemi: 

1) non è in grado di analizzare e intepretare correttamente l'attualità. Prende davvero fischi per fiaschi. L'esempio dell'attacco militare all'Iran e alla Siria è solare.
2) non è all'altezza della complessità dei problemi. Interpreta tutto su schemi binari: ad esempio americani cattivi/ non americani buoni. Predilige le soluzioni più semplicistiche e vacue ("usciamo dall'euro e tutto si aggiusterà"). E questo al netto delle bufale in cui puntualmente cade (questa era da Oscar). Non è in grado, in buona sostanza, di offrire un'alternativa intellettuale all'egemonia culturale del mainstream.
3) non è capace di entrare in sintonia con le esigenze degli oppressi. L'assenza di empatia nei confronti delle masse che manifestavano contro il governo Yanukovich, o di quelle che manifestano a favore del governo Tsipras, è abbastanza evidente. Fateci caso: non c'è un singolo movimento di massa contro cui l'Antisistema non si sia scagliato negli ultimi anni, in Europa e nel mondo. Tutti i movimenti popolari vengono classificati, quasi di default, come rivoluzioni colorate made in CIA.

In ultima analisi, l'Antisistema si comporta esattamente come una setta, gelosa della propria purezza e del proprio minoritarismo. Quando entra in contatto con elementi che mettono in dissordine i suoi schemini ideologici, reagisce insultando. Non stupisce dunque che l'Antisistema sia preda di guru, blogger narcisisti, leader improvvisati e tanti profeti del nulla: costituisce anzi il terreno d'elezione di questi personaggi.
Nessuna aspettativa pertanto, può essere nutrita sulle capacità dell'Antisistema di elaborare un pensiero che possa davvero sfidare l'egemonia del mainstream. Il lettore che va cercando questo pensiero non lo troverà nella nicchia web che, presumibilmente, è abituato a frequentare, È un vero peccato. L'alternativa nascerà altrove, non qui.