DEMOLIAMO LUOGHI COMUNI

martedì 21 luglio 2015

Cos'è che davvero manca all'Europa

A lungo è stato sostenuto che ciò che mancava nell'eurozona fosse un prestatore di ultima istanza. Altri lamentano l'assenza di un autentico bilancio federale, o quantomeno di un coordinamento tra politica fiscale e monetaria. In molti sottolineano il deficit democratico delle istituzioni europee, alcuni denunciano l'assenza di un popolo europeo. Ma ciò che davvero manca all'Europa di oggi è tutt'altra cosa. 
L'UE, che si presenta come un'unione di stati, è in realtà un'arena di stati. Nello scontro le varie parti fanno appello a  regole e principi variamente individuate. Abbiamo tutti sentito dire:

1) che un taglio o una ristrutturazione del debito sono vietate dai Trattati UE.
2) che è possibile la sospensione temporanea di uno stato membro dall'eurozona.
3) che non è giuridicamente possibile l'uscita di uno stato membro dalla sola eurozona.
4) che non è possibile costringere uno stato membro a lasciare l'eurozona.
5) che se la BCE avesse aumentanto la dose di liquidità straordinaria alle banche greche avrebbe violato il proprio statuto.
6) che se NON lo avesse fatto avrebbe violato i Trattati.
7) che la Germania avrebbe dovuto saldare i propri debiti di guerra.
8) che tali debiti erano stati condonati in occasione della riunificazione tedesca. 
ecc ecc ecc...

E questo elenchino riassume solo una parte delle questioni sollevate dalla crisi debitoria degli stati dell'eurozona. Il Fiscal Compact è compatibile col resto dei Trattati UE? Le riforme imposte dalla Troika sono compatibili coi diritti sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione? Ed è vero che la BCE ha come unico scopo mantenere la stabilità dei prezzi, e non anche promuovere crescita e occupazione? 
Nell'attuale situazione, ogni stato porta avanti la sua propria soluzione a queste questioni. Date certe fonti normative (i Trattati, i principi di diritto internazionale, le singole Costituzioni), ognuno fabbrica l'interpretazione che più gli conviene. Questa è una situazione di assenza di diritto. Se i contendenti sono lasciati liberi di decidere chi tra loro ha ragione, deciderà la forza. Quando i contendenti sono stati, deciderà lo stato più forte. E' pertanto logico che la Germania abbia potuto schiacciare la Grecia, imponendo la sua interpretazione, aiutata dagli altri stati dell'Unione in virtà dell'effetto band-wagoning. E così il tentativo di Tsipras, che doveva suonare la tromba della ribellione europea, si è concluso in una specie di stupro di gruppo. 
Ora, quella della forza è sempre stata la regola dei rapporti tra stati. Il diritto internazionale ha sempre funto da travestimento di tale realtà. Quella internazionale non è mai stata davvero una comunità di diritto. Ed è questo il vulnus principale dell'UE: non aver introdotto alcun elemento di vera novità in tale scenario. Vince il più forte, come sempre. Perché il più debole abbia delle chanches, serve il diritto.
Ma come si trasforma una comunità (di stati come di individui) in una comunità retta dal diritto? 
Le migliori menti del '900 hanno già fornito una risposta a questa domanda. 
Hans Kelsen, nel suo Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale (1920) ha spiegato come meglio non si poteva che l'unico strumento di costruire una pacifica convivenza tra stati, eliminando dalla scena il sopruso e la prepotenza di quelli più forti, non sta nella costruzione di un unico immenso stato federale, bensì nell'istituzione di un'unica Corte di Giustizia. Un giudice, insomma, che in piena indipendenza sia deputato a dirimere i contrasti tra stati, distribuendo torti e ragioni e affermando il diritto. 
Kelsen, in una ricostruzione che non risparmia riferimenti all'antropologia, dimostra come nelle comunità umane è sempre la giurisdizione a precedere la legislazione. Prima si istituisce il giudice, e solo dopo si pensa a elaborare un testo normativo che ne vincoli la giurisprudenza. Questo perché la presenza di un soggetto terzo che stabilisca chi ha ragione tra i contendenti è la condizione minima e irrinunciabile del diritto. Il giudice può decidere (e storicamente ha deciso) secondo la consuetudine, le credenze, i principi etici. La legge invece senza un giudice è muta, come se non esistesse. Non è diritto ma parodia del diritto. 
Nella sua lezione Kelsen prevedeva il fallimento di un'istituzione quale la Società delle Nazioni, e proponeva al suo posto l'istituzione di una Corte Internazionale, che avrebbe giudicato non in base a leggi o trattati, ma fondandosi sulle consuetudini e i principi del diritto internazionale, dei quali il più importante è quello dell'eguaglianza tra gli stati, del loro eguale diritto a prescindere dalla forza loro disponibile. 
Ad un organo del genere dovrebbero essere poste le questioni presentante nella prima parte di questo post, ed alle sue decisione ci si dovrebbe rimettere. 
La costruzione europea abbonda di leggi ma non ha un giudice che le faccia vivere. Che nessuno si azzardi a tirare in ballo la Corte di Giustizia dell'Unione Europea (Lussemburgo) o la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo). Istituzioni che non hanno avuto, e non avrebbero potuto avere, il minimo ruolo nel conflitto tra la Grecia e i suoi creditori-aguzzini.Questi Corti, peraltro, potrebbero fungere, nel breve termine, da surrogato del giudice di cui stiamo parlando: basterebbe che gli stati di comune accordo demandassero loro la soluzione delle questioni suesposte.
Ecco una battaglia che le forze democratiche ed europeiste potrebbero combattere. Invece di perseguire autentiche bufale come gli Stati Uniti d'Europa, propongano di rendere quella europea una comunità di diritto, di giuridicizzare i rapporti tra gli stati, invece di lasciarsi in balia dei rapporti di forza.
Naturalmente una simile proposta non sarebbe ben vista dagli attuali decisori politici degli stati forti dell'UE, che vogliono mantenere i loro privilegi. Sarebbe però interessante scoprire quali argomenti si potrebbero inventare contro una proposta simile, che è capace di suscitare consensi unanimi per la sua evidente civiltà e ragionevolezza.
Se l'UE non farà questo passo, e dunque non si distinguerà nettamente dal mondo che esiste al di fuori di essa, un mondo retto dalla legge del più forte, non è lontano il tempo in cui alla sua superfluità sostanziale si accompagnerà l'abrogazione formale. 


lunedì 20 luglio 2015

Un sonnambulo si sveglia, e vi spiega due cosette/1

Dopo aver letto Lettera aperta agli amici sonnambuli sento forte l'urgenza di introdurre un qualche elemento di sana realtà nel dibattito sulla Grecia, che si sta pericolosamente avvitando. Trovo davvero stupefacente che certi dati vengano costantemente ignorati pur di conservare una posizione ideologica. Ricostruiamo il quadro.
Nessuno, fra me e Marino&Fabrizio, suggeriva al governo greco di procedere senz'altro all'uscita dall'euro. Condividevamo tutti l'idea che nelle particolari condizioni greche l'uscita sarebbe stata foriera di di disastri, e che comunque avrebbe rappresentato un tradimento del mandato elettorale di SYRIZA. Credevamo però in altre due cose:

1) che i vertici europei volessero a tutti i costi evitare l'uscita della Grecia, per evitare l'effetto domino e quindi la disgregazione della moneta unica;

2) che fuori dall'euro e dalla UE qualcuno avrebbe aiutato la Grecia. Facevamo riferimento in particolare alla Russia e alla Cina. Ciò apriva il versante geopolitico della questione: gli USA avrebbero fatto di tutto per cercare di evitare che la Grecia cadesse nelle mani di Putin.

Dal canto mio, aggiungevo una considerazione che arricchiva il quadro senza modificarlo:

3) e cioè che i tedeschi non volessero affatto assumersi la responsabilità dell'uscita della Grecia, e che avrebbero di gran lunga preferito che tale responsabilità la assumesse il solo governo di Atene.

La diagnosi dunque era comune. Le idee sulla terapia invece divergevano, ma non così drammaticamente. Marino&Fabrizio ritenevano che Tsipras avrebbe dovuto utilizzare la minaccia dell'uscita dall'euro: io ritenevo il contrario, in ossequio al punto 3) e quanto spiegato qui. Ma la differenza, ad un occhio attento, si rivela minima. Il governo greco, di fatto, ha sempre minacciato la Grexit. In un abile gioco politico si è sempre spogliato di qualsiasi responsabilità in tal senso, designandola come un evento odioso ma inevitabile, al di fuori delle sue capacità di intervento, qualora i creditori non si fossero decisi a scendere a patti. Marino&Fabrizio suggerivano a Tsipras di minacciare di gettarsi dal burrone: Tsipras ha invece sempre danzato sull'orlo del precipizio (o altre metafore del genere), ripetendo che se fosse caduto non sarebbe stato per sua scelta. Dal punto di vista pratico le due strategie sono identiche: esse si fondano su un comune presupposto, ovvero che gli eurocrati temessero come la morte l'uscita della Grecia
Contemporaneamente, Tsipras cercava alleati extra-europei, in ossequio al punto 2), e lasciava a Varoufakis l'elaborazione di un piano B nella denegata ipotesi che i creditori li costringessero davvero a lasciare l'euro. Sul piano B torneremo più avanti. 

I mesi di trattative passavano, e i greci esportavano euro a tutto vantaggio della posizione negoziale del governo greco. Si aprivano le prime crepe nel fronte dei creditori, che però rapidamente si chiudevano. Gli incontri con Putin si moltiplicavano, senza però portare a nulla di molto concreto. A fine giugno l'ultimatum dei creditori, unitamente al congelamento degli ELA, mettevano in chiaro a Tsipras qual era l'intento della controparte: non arrivare ad un accordo, ma provocare una caduta del governo, sfruttando la divaricazione tra un governo deciso a resistere ed un popolo terrorizzato dall'eventualità della Grexit. Astutamente il governo indisse il referendum, volto a sventare tale tentativo di golpe mediante la dimostrazione che governo e popolo in realtà erano compatti. La manovra riuscì perfettamente. Tsipras presentò pochi giorni dopo le sue proposte ai creditori, volutamente moderate per non dare l'idea che questi ultimi fossero stati costretti a cedere su tutta la linea.
E fu lì che l'analisi condivisa da me, da Marino&Fabrizio, e dallo stesso governo greco, andò in pezzi.
Accadde l'inimmaginabile: il governo tedesco propose, in termini ufficiali, quella che può essere definita l'espulsione della Grecia dall'eurozona, accompagnata da pelosissimi ed inquietanti “aiuti umanitari”. Si dimostrò così falso l'assunto che i vertici europei volessero a tutti i costi evitare la Grexit per scongiurare i rischi di disgregazione dell'eurozona, e in particolare si dimostrò inconsistente l'idea che i tedeschi non volessero assumersi una simile responsabilità. Messi alle strette, se la sono assunta. E in una sola mossa, hanno sottratto ai greci qualsiasi leva negoziale.

Patetica, a questo punto, si rivelò l'idea che la Grecia avrebbe dovuto minacciare l'uscita dall'euro.
In una simile situazione, Tsipras doveva accettare l'orrendo accordo che gli veniva proposto, ovvero preparare l'uscita dall'euro. Un'uscita che persino un conclamato noeuro come Costas Lapavitsas ammetteva essere ingestibile. Quest'ultimo scenario appariva davvero disastroso agli occhi di Tsipras non perché mancasse un piano b, ma perché mancava la valuta estera necessaria a renderlo sostenibile. Il punto 2), infatti, si è dimostrato essere anch'esso estraneo alla realtà: Tsipras ha dichiarato di aver chiesto a Russia, Cina e USA aiuto finanziario in caso di Grexit, e di aver ricevuto solo risposte negative. La Grecia era dunque sola. Non c'era piano B che tenesse: non poteva esserlo l'emissione di IOU, espediente che avrebbe potuto funzionare per una settimana o due (vedi anche qui e qui). Il piano presentato dalla sinistra interna di SYRIZA, modellato attorno all'esperienza islandese, non aveva alcun senso: l'Islanda infatti dopo il referendum del 2009 (?) e il conseguente default entrò sotto la tutela FMI, intervento che le consentì (al prezzo di una severissima austerità) di preservare il valore della propria valuta. Peccato che uscire dall'euro avrebbe comportato il default della Grecia nei confronti del FMI. Dunque lo scanario islandese, oltre che austeritario quanto e più della permanenza nell'euro, era anche impossibile dal punto di vista pratico.

Naturalmente si può rimproverare a Tsipras di non aver scelto la strada del Grexit come prodromo di una rivoluzione socialista. In effetti, per gestire il repentino passaggio tra l'euro e la nuova valuta sarebbero state necessarie misure da comunismo di guerra, almeno per alleviare i disagi della popolazione. A chi condivide questa critica si possono dedicare le seguenti parole, citate qui:

È rivelatore del panorama politico europeo – anzi, mondiale – che i sogni di socialismo di ognuno sembravano poggiare sulle spalle del giovane primo ministro di un piccolo paese. Sembrava che ci fosse una fervente, irrazionale, quasi evangelica credenza, che un piccolo paese, affogato nei debiti e a corto di liquidità, avrebbe in qualche modo (e quel qualche modo non viene mai specificato) sconfitto il capitalismo globale, armato solo di bastoni e pietre. Quando sembrava che ciò non sarebbe accaduto, gli si sono rivoltati contro… Come è facile essere ideologicamente puri quando non si sta rischiando nulla. Quando non devi fronteggiare la mancanza di beni, il collasso della coesione sociale, il conflitto civile, la vita e la morte. Come è facile chiedere un accordo che evidentemente non sarebbe stato accettato da nessuno degli altri Stati membri della zona euro. Quanto è facile prendere decisioni coraggiose quando non si mette in gioco la propria pelle, quando non devi farei conti con il conto alla rovescia, come succede a me, delle ultime ventiquattro dosi del farmaco che impedisce a vostra madre di avere crisi epilettiche.

Ma questa non deve e non vuole essere una difesa d'ufficio di Tsipras, che del resto non ne ha bisogno. Queste righe rappresentano invece l'ammissione di un grave errore: credevo in ciò che è contenuto ai punti 1), 2) e 3), che si sono rivelati del tutto infondati: ecco la misura di quanto mi sono sbagliato. Marino&Fabrizio condividevano almeno i punti 1) e 2), ma siccome non vogliono ammettere di essersi sbagliati, devono imputare la sconfitta di Tsipras a debolezze e cedimenti di quest'ultimo, quasi che fosse un traditore del proprio paese.
C'è poi da aggiungere un ultimo punto. Schiacciare Tsipras non è stata gratis per la Germania e per l'UE. Gli eurocrati hanno finalmente gettato la maschera, rivelando il loro volto. Cominciamo ad avere articoli come questo, e riflessioni come questa, prima impensabili. Dovessi riassumere tutto ciò in un tweet, sceglierei questo.
Se  oggi è possibile una maggioranza euroscettica nel sud europa, è merito dell'esperienza del governo greco. Gli anti-euro dovrebbero fargli un monumento; invece ci sputano sopra. 

Rimangono alcune questioni sul tappeto. Questo accordo evita definitivamente l'uscita dall'euro dalla Grecia? Non è forse vero che è per colpa dell'euro che la Grecia si è trovata in questa situazione? Questa vicenda non dimostra che l'euro e la UE sono irriformabili, che l'internazionalismo è una favola, e che il nazionalismo è l'unica prospettiva per un movimento di sinistra? Ne parleremo nei prossimi giorni, perché concentrare queste questioni in unico post lo renderebbe pachidermico. A presto.






lunedì 13 luglio 2015

La loro lotta, la nostra sconfitta

Ho aspettato alcuni mesi prima di intervenire nuovamente su ciò che sta accadendo in Grecia. Non volevo fare commenti parziali sulle varie fasi del negoziato, ma aspettare che esso raggiungesse un esito e dare un giudizio complessivo. Il giudizio è che i greci hanno lottato, e noi abbiamo perso.

Questo è il testo dell'accordo sottoscritto da Tsipras la mattina dell'11 luglio. Consiglio di rileggerlo più volte: ogni volta è più orribile. E' un accordo indecente, ed è tale perché contiene una serie di misure che il negoziatore tedesco aveva elaborato in modo da renderle inaccettabili alla parte greca, in modo da provocarne il rifiuto. Non si spiegherebbe altrimenti il senso del demenziale diktat relativo ai tre giorni per fare le riforme (compresa la riscrittura del Codice di Procedura Civile!!!), e nemmeno quello del conferimento di beni pubblici in un trust da collocare in Lussemburgo, gestito da autorità tedesche. Nel testo originario elaborato da Schauble, queste misure erano proposte in alternativa all'uscita dall'euro della Grecia: non è un mistero per nessuno che quest'ultima opzione era quella preferita da Berlino e dai suoi satelliti (dai baltici all'Olanda). Il risultato è un accordo vergognoso, che io non avrei dubbi a respingere, se fossi un parlamentare greco. 
Non possiamo prevedere se il parlamento approverà tale piano. Sappiamo però che già ora si sprecano i commenti, se non gli insulti, a Tsipras: egli sarebbe il responsabile di un tradimento nei confronti dei greci, in particolare di quelli che hanno votato No allo storico referendum del 5 luglio.
Dovremmo però chiederci perché Tsipras ha accettato le richieste dei creditori, le quali (lo ribadiamo) erano così draconiane e assurde proprio per suscitare il suo rifiuto. 
La risposta non può essere trovata da chi si ostina a utilizzare lo schema interpretativo tipico dei movimenti anti-euro, che si è dimostrato del tutto inadeguato a dare conto della complessa realtà della crisi. 
Lo schema prevede due attori principali: il popolo prigioniero dell'euro, e l'élite che lo tiene incatenato. A livello internazionale la Grecia rappresenta il popolo, la Germania l'élite. Nello schema la prima dovrebbe tentare di liberarsi dalle catene europee, mentre la seconda dovrebbe cercare di ostacolarla, cercando di soffocare la volontà democratica: ecco perché nello schema è indispensabile che ci sia un qualche politico greco che tradisce il suo popolo, magari prezzolato dal tedesco. 
La realtà presenta un quadro esattamente opposto. Nessun popolo europeo è così disperatamente attaccato all'euro come quello greco; nessun popolo, e soprattutto nessun governo, è meno affezionato all'euro di quello tedesco. 
Ciò spiega lo scarsissimo potere negoziale a disposizione del governo greco: se avesse minacciato l'uscita dall'euro non avrebbe avuto alcun effetto sulla controparte tedesca, la quale avrebbe semplicemente colto l'occasione di addossare ai greci tutta la responsabilità del "Grexit"; d'altro canto se avesse semplicemente cominciato il percorso verso l'uscita avrebbe scatenaro l'ira dei cittadini greci. Ecco perché Tsipras (e in precedenza Varoufakis) hanno dato l'impressione, più di una volta, di "cedere" di fronte alle richieste delle controparti: perché non avevano un'alternativa oggettivamente percorribile. Discettare sulla buona o cattiva fede soggettiva di Tsipras è perfettamente inutile. 
A questo punto occorre chiedersi perché i greci siano così affezionati all'euro. Gli anti-euro hanno una risposta facile, valida per tutte le circostanze: sono i media che li obnubilano. I greci sarebbero dei decerebrati, facile preda della propaganda eurista. 
Questo argomento non ha alcuna credibilità. E' noto che quasi tutti i media greci, e in particolar modo le TV private, hanno fatto campagna per il Sì in occasione del referendum del 5 luglio. Questo comportamento, a detta di molti osservatori, ha avuto un effetto controproducente: la gente, non fidandosi dei media, ha seguito una condotta contraria alle loro direttive. I risultati si sono visti: 61% per il No. 
E' assai più probabile che i greci, nella loro intelligenza, percepiscano un altro elemento, ben illustrato qui. La Grecia è da generazioni strutturalmente dipendente dall'afflusso di capitali esteri, necessari per colmare il suo intramontabile deficit di partite correnti. Nei primi anni dell'euro tale afflusso è stato copioso; poi si è interrotto nel 2008, a seguito della crisi di Wall Street. Da allora ha sopperito il meccanismo di rifinanziamento automatico Target2. Se la Grecia uscisse dall'euro dovrebbe fare a meno di tale meccanismo; non potrebbe contare sul sostegno del FMI, dato che l'uscita coinciderebbe con un default nei confronti di tale istituto. In poche parole, la Grecia si troverebbe, nel giro di poche settimane, a dover raggiungere un risultato mai toccato negli ultimi decenni: l'avanzo di partite correnti. Dato che l'economia greca non è votata all'esportazione, e dunque i benefici della svalutazione della neo-dracma sarebbero minimi, ciò non potrebbe che essere conseguito tagliando la domanda di beni esteri: in sostanza, con un'austerità maggiore dell'attuale. Tutto questo senza contare i costi dell'adozione della nuova moneta e il rischio di perdere i finanziamenti europei (che valgono quasi il 15% del pil greco).  
 
I greci si trovano in una padella, i tedeschi vorrebbero gettarli nella brace. Non è così sorprendente che Tsipras non abbia gettato spontaneamente il proprio paese nella brace. 

Si può pertanto concludere che i greci hanno fatto tutto il possibile, a partire dalle elezioni di gennaio, per migliorare la loro condizione. Hanno combattuto con ogni mezzo a loro disposizione, utilizzando fino in fondo la sovranità che gli rimane*. Non è corretto affermare che non hanno raggiunto alcun risultato: hanno costretto Merkel e Schauble a gettare la maschera europeista. Hanno mostrato fino a che punto i ceti politici degli stati europei disprezzino la democrazia. Hanno dimostrato come nell'Unione Europea viga la legge del più forte, come l'estorsione sia considerata un mezzo ordinario di gestione dei rapporti tra nazioni. Questi fatti ieri erano condivisi da nicchie; oggi sono patrimonio dell'opinione pubblica mondiale. Un risultato non da poco. 

La storia di questi cinque mesi sarà ricordata come il momento in cui il popolo più debole e ricattabile dell'eurozona tentò di piegare le leggi dell'euro, considerate fino ad allora immodificabili; e di come il paese egemone, la Germania, circondata da un codazzo di alleati e dall'ignavia di chi avrebbe potuto tenerle testa, dovette impiegare tutto la propria potenza economica e diplomatica per schiacciarlo. 
I veri sconfitti non sono i greci. I veri sconfitti siamo noi, che non abbiamo saputo fare niente per aiutarli. Che non abbiamo saputo fare pressione sui nostri governi, mentre criticavamo ogni manchevolezza del loro. Che non ci siamo ancora resi conto che ogni torto fatto ai greci verrà, prima o dopo, fatto anche a noi. 




 *Chi ritiene che non ne disponessero farà bene a rileggere il testo dell'accordo. Quella è davvero una perdita conclamata di sovranità.

mercoledì 10 giugno 2015

Il reddito di cittadinanza e la Costituzione

Ha sollevato un certo stupore, negli ambienti anti-sistema, scoprire una netta convergenza tra Matteo Renzi e personalità insospettabili nella contrarietà al reddito di cittadinanza, così come proposto dal M5S. Alcuni fini giuristi si sono spinti a dire che il reddito di cittadinanza sarebbe addirittura contrario allo spirito, se non alla lettera, della Carta Costituzionale.
Avevamo già individuato alcuni strani casi di coincidenza di vedute tra esponenti dell'antisistema e del mainstream: clamorosa quella tra Schauble e i noeuro.
Non è mai facile comprendere le ragioni di queste sorprendenti convergenze. Con riferimento al tema specifico dobbiamo dire che il reddito di cittadinanza, in sé, non ci entusiasma: meglio sarebbe un programma di lavoro garantito coadiuvato da una riforma dei servizi pubblici all'insegna della gratuità (come spiegato qui). Stiamo parlando, oltretutto, di uno strumento "da maneggiare con cura", e che potrebbe anche sortire effetti controproducenti:


Tuttavia non ci verrebbe mai in mente di condurre crociate contro il reddito di cittadinanza; tantomeno potremmo pensare di mentire spudoratamente per attaccare quell'idea, come si fa quando si dice che essa è contraria a Costituzione.
Sul punto, è bene leggere questo ottimo articolo,
il quale giustamente richiama la disposizione costituzionale rilevante in materia, il secondo comma dell'art. 38:

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. 

Verrebbe quasi da dire che introdurre il reddito di cittadinanza risponda ad un obbligo costituzionale, altro che divieto!
Nella sua raffinatezza, la Costituzione italiana menziona un concetto keynesiano come la disoccupazione "involontaria". Si prende quindi atto che, in certi casi, il sistema economico non produce abbastanza impieghi per tutti. Se è vero che è compito della Repubblica garantire a tutti l'effettivo esercizio di un diritto al lavoro (art. 4 Cost.), è anche vero che, nel frattempo, non si può che fornire una qualche assistenza a chi un impiego non lo trova, e non lo può trovare.
Questo è quanto. Ora però vorrei inserire alcune considerazioni un po' più originali.
Quando si accenna alla non volontarietà, bisogna intendersi su quali siano i limiti della stessa. Se mi viene offerto un impiego non retribuito, ad esempio, e io lo rifiuto, mi ritrovo disoccupato in conseguenza di una mia scelta. Ovviamente questo grado di formalismo è inaccettabile. Ma allora qual è il limite entro il quale il rifiuto di un impiego non porta a considerare la disoccupazione come volontaria? 
Per capirlo, è consigliabile fare riferimento al medesimo testo costituzionale. Possiamo individuare due parametri: quello della dignità della persona e quello della sufficiente retribuzione
Del primo si ha un riconoscimento espresso all'art. 3 (tutti i cittadini hanno pari dignità sociale...), e soprattutto all'art. 41, laddove si afferma che "l'iniziativa economica privata (...) non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Del secondo si ha un riconoscimento espresso al primo comma dell'art. 36, che si ricollega al tema della dignità:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

Per le donne le condizioni diventano ancora più stringenti, come testimonia l'art. 37:

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Se ne può trarre la seguente indicazione: ogni cittadino ha sì il diritto di lavorare, ma quando si parla di "lavoro" in Costituzione si intende un impiego che, da un lato, non urta la dignità della persona, e all'altro garantisce una retribuzione adeguata. Un lavoro dignitoso, in una parola. Ne consegue che non può essere considerata involontaria la disoccupazione di chi rifiuti un impiego non dignitoso, ovvero un impiego che non gli garantisca una retribuzione adeguata.
Queste considerazioni, peraltro, evidenziano un limite della proposta dei 5 stelle: il cittadino disoccupato perde il reddito di cittadinanza se rifiuta tre offerte di lavoro, qualunque esse siano. La necessità di evitare che la persona sia costretta ad accettare qualsiasi lavoro, messa in evidenza da Grillo, non viene assicurata in misura definitiva. 
Ancora una volta, sarebbe opportuno non lasciare al mercato la scelta dell'impiego cui adibire i disoccupati, bensì organizzare un programma di lavoro garantito che sappia valorizzare le competenze e le vocazioni di ciascuno, garantendo un trattamento retributivo adeguato. 


mercoledì 27 maggio 2015

M5S, ora basta! Ci vogliono le Candidature di Unità Popolare

"Candidatura di Unità Popolare" (C.U.P.) è lo specifico nome che designa l'operazione politica a cui Podemos ha aderito in occasione delle recenti elezioni municipali spagnole, e che ha permesso di strappare i comuni di Madrid e Barcellona dal controllo dei partiti "sistemici" di quel paese.
Se si confrontano i risultati delle elezioni nelle regioni spagnole, dove Podemos si è presentato da solo, con quelle municipali, il dato è inequivocabile: il bacino elettorale delle C.UP. è il doppio rispetto a quello di Podemos. Se non fossero state messe in campo oggi non parleremmo di "rivoluzione democratica" in Spagna.
La C.U.P. è, innanzitutto, un cartello elettorale unitario, cui possono aderire movimenti e partiti, anche se non dotati di una dimensione elettorale. Questi possono essere numerosi, e anche molto diversi tra loro: Barcelòna en comù è frutto dell'impegno di undici diverse realtà sociali e politiche, grandi, piccole e piccolissime. Il collante è costituito dalla persona del candidato alla carica per cui si corre (Presidente; Sindaco), che generalmente viene individuata in soggetto di indiscutibili prestigio e rispettablità, e dal programma, nel quale devono confluire le sensibilità delle varie anime del progetto. Lo stesso programma non viene elaborato a tavolino, ma è frutto di un processo di partecipazione democratica, che se non è quel mastodontico lavoro che ho designato con la locuzione "programma di governo", ne condivide comunque la logica.
Ma la C.U.P. non è solo un cartello per vincere le elezioni: è anche, mi si passi la retorica, qualcosa che va oltre la sommatoria delle sue componenti. E' un "cantiere" in cui le varie forze alternative al dominio del ceto politico e delle aristocrazie finanziarie imparano a conoscersi, a lavorare insieme, a fidarsi gli uni degli altri, a riconoscere ciò che di comune c'è in loro. Se i cartelli che abbiamo visto in Italia presentati dalla "sinistra radicale" dal 2008 al 2013 erano esempi di "fusioni fredde", mere operazioni di spartizione tra partiti, la C.U.P. è una "fusione calda".
Podemos, com'è noto, è guidato da un manipolo di studiosi di storia e scienze politiche. L'equivalente di Podemos in italia, il Movimento 5 Stelle, è guidato da dilettanti e da guru malriusciti. I primi sono riusciti a capire l'importanza e il valore delle C.U.P. I secondi ovviamente no; hanno applicato nei confronti dei movimenti sociali e delle forze a loro affini, presenti e attive sui territori, la stessa regola che applicano nei confronti dei partiti sistemici: nessun contatto, nessuna alleanza. 
La pretesa di "fare da soli" del M5S è stata fin qui ridicola e irritante, ma dal voto del 31 maggio 2015 sarà anche etichettabile come sciagurata  e irresponsabile. 
In queste elezioni, e in particolare in Liguria, si evidenzieranno tre cose:
 1) il Movimento, per quanto in ottima salute, non è in grado, da solo, di sconfiggere i partiti sistemici;
2) esiste un grande spazio politico ed elettorale tra coloro che non si riconoscono né nel M5S, né nel ceto politico;
3) questo spazio rischia di essere occupato dai fuoriusciti dal PD e da quel che resta della "sinistra radicale", i quali già scimiottano indegnamente Podemos.

Occorre avere chiaro in mente che l'operazione che stanno compiendo questi ultimi, con in testa Civati, è di gran lunga la più pericolosa per le sorti del "fronte" alternativo a Renzi e al ceto politico. Si tratta di un'operazione che mira a riportare "al sicuro" i consensi che, per disgusto, sono passati dall'area del centro-sinistra all'astensione o al M5S. La prospettiva del nascendo soggetto politico, tuttavia, non può che essere quella dell'alleanza con il PD, che si vorrebbe condizionare da sinistra. Tutti i voti a questo soggetto, pertanto, sono voti riconquistati al ceto politico in generale, e al PD in particolare. 
Dato che l'operazione potrebbe avere un certo appeal tra gli elettori, come dimostrerà l'esperienza di Luca Pastorino, è ancora più urgente cercare di reagire, organizzando delle C.U.P. in Italia, a cui il M5S dovrà dare il contributo principale, ma senza per questo rivendicarne la leadership.
L'alternativa è continuare a conquistare buoni risultati nelle elezioni, senza peraltro vincerle, e lasciando aperta una voragine a disposizione delle operazioni trasformistiche del ceto politico. 

Il Movimento faccia uno sforzo di intelligenza, e segua l'esempio di Podemos e il consiglio di Fabrizio Tringali. Cominci a collaborare con i movimenti sociali per la formazioni delle C.U.P. Lo avesse fatto in occasioni di queste elezioni, avrebbe conquistato (almeno) la Liguria, e non sentiremmo parlare di Pastorino e Civati. 
Le prossime occasioni sono importantissime: l'anno prossimo si vota a Torino, Milano, Napoli e Bologna. Non c'è tempo da perdere.