DEMOLIAMO LUOGHI COMUNI

lunedì 27 aprile 2015

Perché Tsipras fa bene a non parlare di uscita dall'euro

(post scritto prima che giungesse questa notizia. Alle informazioni sulla Grecia occorre fare la tara, doppia o tripla se provengono da giornali italiani. Se i fatti fossero confermati essi potrebbe assumere il significato di una resa di Tsipras? E' presto per giudicare. Certo, se così fosse sarebbe una sciagura per tutti, greci e non; e per questo appare incomprensibile il ghigno di soddisfazione con cui in troppi segnalano, sul web, questa notizia)

Un recente sondaggio ha ridimensionato la fiducia che i greci nutrono per il governo di Alexis Tsipras, così come il consenso (virtuale) verso SYRIZA. Alcuni hanno riportato questo dato presentandolo come la prova del fatto che la strategia negoziale di Atene non è popolare presso i greci, visto che manca di mordente e di intransigenza; l'handicap principale, si dice, sarebbe l'indisponibilità del governo greco ad uscire dall'euro, o anche solo a minacciarla
Chi dice così non tiene conto di altri dati che emergono dal sondaggio. E' aumentata tra i cittadini greci la preoccupazione che il grexit si avvicini; ed è stabile il rapporto tra favorevoli e contrari alla permanenza nella moneta unica: per ogni due greci favorevoli all'uscita, ce ne sono sette favorevoli alla permanenza. Se si mette in correlazione questo dato con quello relativo alla fiducia in Tsipras, emerge un quadro piuttosto nitido: molti greci, pur favorevoli ad una trattativa "dura" con i partner europei, sono molto preoccupati che, all'esito della stessa, il governo di Atene sia forzato ad abbandonare la moneta unica. Se ci pensate, è la stessa situazione che si crea nelle vertenze sindacali più combattute: i lavoratori in sciopero vorebbero ovviamente condurre la lotta fino alla vittoria, ma alcuni di loro sono terrorizzati dall'eventualità che il padrone chiuda la fabbrica, oppure sono preoccupati per la durata dello sciopero, che nega loro lo stipendio. 

Si può dunque affermare che se il governo greco dichiarasse l'uscita unilaterale dell'eurozona tradirebbe in maniera palese il proprio mandato elettorale, e compierebbe un atto profondamente impopolare. Lo stesso potrebbe dirsi per le idee di uscita concordata dall'euro, che tanto piacciono a Fassina e Lapavitsas (e che sono assurde, come dimostreremo in un prossimo post).

Molti euroscettici, tuttavia, criticano Tsipras non tanto perché non annuncia il grexit, quanto perché non lo minaccia al fine di prevalere nella trattativa. Gli eurocrati, si dice, temono come la morte la fine dell'euro, che sarebbe conseguenza pressoché inevitabile dell'uscita della Grecia; di conseguenza se Tsipras ventilasse tale ipotesi, gli eurocrati cederebbero: pertanto il governo greco, giurando fedeltà all'euro, si è in realtà privato dell'unica arma di pressione che aveva a disposizione.

A prendere sul serio questa critica, si sarebbe portati a pensare che il governo di Atene sia composto da emeriti imbecilli animati da pulsioni suicide: si presentano ad un negoziato privi dell'unico strumento che potrebbe far loro vincere il negoziato. Una condotta da completi deficienti.
Spesso però è opportuno non sottovalutare gli attori politici, e cercare una spiegazione logica alle loro mosse; e Tsipras potrebbe averne almeno una estremamente solida e coerente. 

Come dovrebbe essere noto, la maggior parte dei cittadini tedeschi vuole la Grecia fuori dall'euro. Il discorso può essere generalizzato per i cittadini olandesi, austriaci, finlandesi. Del resto, anche molti italiani (di fede anti-euro) vogliono il grexit, timorosi di dover sborsare altri soldi in "aiuti" ad Atene. Le iniziative del governo Tsipras vengono spesso recepite con fastidio da queste opinioni pubbliche, a cui vengono dipinte come tentativi dei soliti greci di evitare i sacrifici e farla franca.

In questo quadro, il politico tedesco (o comunque "nordico") che favorisse l'uscita dall'euro della Grecia sarebbe premiato dall'elettorato; il politico che favorisse la permanenza non sarebbe premiato. Se poi i negoziatori greci ponessero alle controparti "nordiche" un aut-aut del tipo "o accettate le nostre condizioni, oppure usciamo dall'euro", assisteremmo, con matematica certezza, al rifiuto dei  "nordici" della proposta greca: qualunque politico tedesco che si piegasse ad un simile "ricatto", infatti, verrebbe semplicemente obliterato dai propri elettori, che vedono sia la permanenza della Grecia nell'eurozona, sia la proposta di Tsipras di farla finita con l'austerità, come fumo negli occhi. Un cittadino tedesco difficilmente accetterebbe di vedere umiliato il proprio paese (accettare un aut-aut è sempre umiliante); ma non potrebbe mai consentire che ciò avvenisse al fine di tenere la Grecia nell'euro. 
Ed ecco spiegata la pervicacia di Tsipras nel proporre un compromesso onorevole con i creditori: il Premier greco sa bene che occorre trovare un tipo di accordo che permetta ai negoziatori tedeschi di salvare la faccia in patria. Se invece avesse minacciato l'uscita dall'euro, avrebbe sostanzialmente costretto i "nordici" a opporgli un rotondo "NO"; e siccome non avrebbe potuto dar seguito alla propria minaccia, stante la granitica opposizione dei greci all'uscita dall'euro, avrebbe perso qualsiasi credibilità in sede internazionale, e di conseguenza qualsiasi possibilità di negoziare un qualsiasi accordo che permettesse alla Grecia di uscire dall'austerità.
Una condotta, questa sì, da completi deficienti. 

Un'altra cosa che Tsipras conosce perfettamente è che i politici "nordici" non sono contrari, in linea di principio, all'uscita dell'euro della Grecia; basta che il governo greco se ne assuma la responsabilità. I segnali sono numerosi: dal tentativo di minimizzare le conseguenze del Grexit, a quello di spostare la responsabilità dell'evento sul governo greco. Gli eurocrati temono, naturalmente, l'effetto domino che deriverebbe dall'uscita dall'euro della Grecia, ma sanno anche che se tale evento apparisse come conseguenza dalle scelte unilaterali di un governo di comunisti, gli investitori internazionali lo registrebbero come un evento eccezionale, un cigno nero: se invece derivasse da un "default accidentale" l'evento verrebbe registrato come la prova che il sistema dell'euro è intrinsecamente instabile, e ciò che è accaduto alla Grecia può accadere anche a Cipro, al Portogallo, alla Spagna...*

Ecco delinearsi il senso della strategia di Tsipras e Varoufakis: danzare sull'orlo del burrone, mettendo gli eurocrati di fronte alla responsabilità di rendere probabile il "defaul accidentale". Se i greci non cedono, si aprono due possibilità: o gli eurocrati rimangono fermi sulle loro posizioni, ma allora rendono probabile il crollo dell'euro; oppure concedono alla Grecia un accordo onorevole, ma allora questa è la dimostrazione che le leggi dell'euro non sono immutabili.

Non è detto che questa strategia porti Atene al successo. Di sicuro, però, essa rappresenta la prova che Tsipras si avvale di consiglieri più svegli della maggior parte dei blogger "antisistema" nostrani.





*chi crede che questa interpretazione dia troppo peso alla psicologia degli operatori economici non ha compreso la lezione di Keynes, che assegna un ruolo centrale a tale psicologia.

martedì 21 aprile 2015

Allegria di naufragi

L'ottimo Mazzetta, su Twitter, ha trovato un campionario dei commenti più disgustosi alla grande carneficina del Canale di Sicilia. Eccoli:



Non bisogna mai dimenticare che l'Apartheid, il segregazionismo USA, i vari fascismi conobbero un sostegno di massa. Così è anche per la mattanza dei migranti africani.
In un mondo più giusto, queste persone andrebbero messe su un apposito barcone e lasciate alla deriva. Nel mondo in cui realmente viviamo, queste persone votano. Ed è proprio questa la ragione principale dell'impossibilità di risolvere il problema dell'immigrazione.

Cerchiamo di ragionare.

Per risolvere il problema, ci sono due vie, alternative tra loro. La prima è quella del blocco navale, naturalmente sponsorizzata dai Nazisti dell'Illinois, ma anche da Renzi, il quale, ricordiamolo, è responsabile del passaggio da Mare Nostrum a Triton, ovvero del taglio dei due terzi delle risorse destinare al soccorso in mare dei migranti. Questa proposta, ovviamente, non può aver alcun riflesso pratico finché non si è disposti a sparare sulle imbarcazioni dei migranti; per la banale ragione che quelli non si fermano. Occorrerebbe pertanto un pattugliamento costante (e costoso) delle coste libiche e tunisine, composto da unità pronte ad annientare le imbarcazioni che tentano di forzare il blocco. Al decimo affondamento è presumibile che i migranti si scoraggino, e che smettano di tentare la fortuna sui barconi.
Naturalmente questa via è del tutto impercorribile. Nessun politico, militare o funzionario si assumerebbe mai la responsabilità di simili crimini contro l'umanità. Tali crimini sono però l'elemento che darebbe effettività al blocco navale. In ultima analisi, non ci sarà alcun blocco navale: chi ve ne parla spacciandolo per soluzione è un cialtrone e/o un ipocrita.

L'altra soluzione è quella di approntare una linea di traghetti tra le coste libiche e un qualche porto siciliano. Questa proposta, assai meno paradossale di quel che appare, è stata avanzata da alcuni studiosi seri del fenomeno, e implicherebbe numerosi vantaggi: impedirebbe le stragi, stroncherebbe le organizzazioni criminali (i migranti pagherebbero alla linea di traghetti il biglietto che ora pagano agli scafisti), farebbe risparmiare fior di quattrini alla marina militare, permetterebbe un controllo preventivo, anche sotto il profilo sanitario, delle persone che intendono migrare in Italia. In una battuta: se la Tirrenia avesse cominciato a fare questo tipo di operazioni dieci anni fa, oggi non avrebbe i conti in rosso, e si sarebbero salvate molte migliaia di vite umane.
Questa soluzione, tuttavia, implica altre iniziative, di notevolissima portata. L'afflusso di immigrati andrebbe regolato, gestito, organizzato. Al netto dei richiedenti asilo, andrebbe preparato un programma di avviamento al lavoro, vincolato al buon comportamento del soggetto e dotato di un termine; ad esempio, si potrebbe prevedere di concedere all'immigrato una permanenza, e un impiego, della durata di 5 o 10 anni. Si tratterebbe pertanto di un programma di lavoro garantito*. Il programma, tuttavia, non potrebbe includere solo gli immigrati, ma anche i cittadini italiani, pena un'intollerabile disparità di trattamento. 
Anche così facendo, occorrerebbe comunque cercare di limitare i numeri degli arrivi. Per farlo, sarebbe necessario prendere sul serio il leit-motiv di tutti gli xenofobi, aiutare gli stranieri a casa loro. Ma cosa può significare questa espressione? Se vogliamo darvi un senso, dobbiamo interpretarla nel senso che gli stati europei dovrebbero investire alcune decine di miliardi di euro l'anno nell'indutrializzazione (possibilmente compatibile con l'ecosistema) dei paesi dell'Africa sub-sahariana. Gli impieghi sarebbero innumerevoli: dall'introduzione di metodi moderni e meccanizzati per l'irrigazione dei suoi, all'introduzione di reti di servizi efficienti negli agglomerati urbani, all'installazione di centrali di produzione di energia rinnovabile (si pensi al solare); il tutto realizzabile da una forza lavoro retribuibile in misura trascurabile (per gli standard occidentali, non per quelli sub-sahariani: si pensi a stipendi da 100 euro al mese in Mali).

Come è evidente, le soluzioni sarebbero molteplici; il problema è che non sono praticabili. La Lega Nord, e tutti i partiti consimili, sarebbero favorevoli a che l'Europa investisse alcuni decimali del suo PIL** nei paesi da cui provengono gli immigrati? La risposta è prevedibile: un rotondo NO. "Aiutarli a casa loro" va bene come slogan per evitare di affrontare il problema, non come soluzione pratica.

La verità è che possiamo inventarci tutte le soluzioni più variopinte, ma che esse verranno tutte invariabilmente affondate dal feroce egoismo dei commentatori di cui sopra, che sono massa elettorale per soddisfare la quale si prodigano Salvini e Renzi, Berlusconi e Grillo (e Sarkozy-Merkel-Farage-Le Pen-Cameron-Rutte). Questo non è una questione che possiamo pensare di affrontare gratis, senza concedere qualcosa, senza fare alcun sacrificio (ampiamente ripagato nel lungo termine); senza mettere tra le premesse del problema la necessità di rispettare la dignità dei migranti, anche a costo di togliervi il principio della conservazione del quattrino con ogni mezzo.

Al prossimo affondamento.





*è il primo articolo in italiano che ho trovato sul lavoro garantito, non datemi del memmetaro.
** il quale, nel 2014, ha superato i 18400 miliardi di euro.

sabato 18 aprile 2015

Alberto Bagnai e i Nazisti dell'Illinois

Partiamo da questa notizia. La Lega Nord non solo vuole radere al suolo i campi Rom, ritenuti indistintamente feccia della società. Non solo vuole sospendere le operazioni di soccorso navale nel Canale di Sicilia, il che non significa altro che lasciar annegare i migranti. Non solo esprime, attraverso i suoi esponenti di punta, l'esigenza di rivalutare il Nazismo. Adesso tra i bersagli ci sono anche i partiti comunisti. Ricorda la poesia di Martin Niemoller: prima vennero...

La Lega di Salvini si presenta come diversa dalla Lega austeritaria, tecnocratica e confindustriale di Maroni e Tremonti; quella che è stata al governo fino al 2011, per intenderci. In realtà, gli elementi di intolleranza e razzismo erano già fortissimi allora, e si può dire che facciano parte del patrimonio genetico del partito. Con Salvini, tuttavia, quegli elementi definiscono in via quasi esclusiva la linea del partito: una linea di attacco, aggressiva e feroce, tesa a costruire un forte polo di destra neo-nazista in Italia, sul modello greco e ungherese, ancor più che francese. Il tutto con il favore di media irresponsabili, che con l'intento di fornire a Renzi una opposizione di comodo danno visibilità alla nazi-Lega, giocando con il fuoco. 

La Lega di Salvini è una minaccia per la democrazia. C'è da chiedersi cos'altro dovrebbero fare i suoi esponenti perché tanti se ne accorgano: passare all'azione? Organizzare dei pogrom?

Ora, Alberto Bagnai è molto, molto vicino alla Lega Nord. Fino a ieri gravitava soprattutto nei pressi di Gianni Alemanno, ma poi qualcosa è andato storto. Si può dire che Bagnai abbia avuto una parte non trascurabile nel successo della nazi-Lega di Salvini: in effetti un partito di estrema destra favorevole all'euro, com'era la Lega  prima del 2013-2014, è una contraddizione in termini. Bagnai ha fornito a Salvini le parole per dirlo; e di conseguenza la Lega ha potuto attingere appieno al suo bacino elettorale naturale. Un sodale di Bagnai, Claudio Borghi, è divenuto persino un quadro organico del partito. 
Come molti lettori si ricorderanno, la carriera di "divulgatore" anti-euro di Bagnai non inizia tanto con gli articoli sul Manifesto o su La Voce, bensì con il convegno di Chianciano dell'ottobre 2011; Convegno organizzato da quei Marxisti dell'Illinois di cui tanto il nostro si è fatto beffe in questi anni.

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma che senso ha prendere le distanze dai Marxisti dell'illinois, per poi cadere nelle braccia dei Nazisti dell'Illinois, anzi della Padania?

Ma non eravamo tutti contro l'euro in nome dell'antifascismo, perché l'euro è nazista? (ah no, forse adesso l'euro è comunista...). Come si fa a combattere l'euro-nazismo collaborando con una forza neo-nazista? Forse Bagnai, per una questione morale ancor prima che politica, farebbe bene a pronunciarsi in maniera chiara e netta contro le mostruosità della Lega di Salvini. Parola di commentatore n.1 del suo blog (firmato):







domenica 12 aprile 2015

Ma #Fuoridalleuro sta funzionando?

Un luogo comune abbastanza diffuso nell'ambito dell'Antisistema è quello secondo il quale il M5S deve la sua crisi ad una posizione ambigua sull'euro; se il Movimento si fosse pronunciato chiaramente per l'uscita, si dice, non solo avrebbe impedito il successo mediatico e politico di Salvini, ma avrebbe sicuramente ottenuto un miglior risultato alle elezioni europee.
I dirigenti del M5S sembrano aver ascoltato questi suggerimenti, lanciando la campagna Fuori dall'euro, anzi #Fuoridalleuro. Saranno contenti quelli che insinuavano che il Movimento fosse composto da infiltrati dell'eurocrazia per sviare le masse.
La campagna è stata lanciata nell'ottobre del 2014. Sono passati più di sei mesi, ovvero un lasso di tempo sufficiente per valutarne le conseguenze in termini di consenso. Vediamo i risultati.


Il lettore è pregato di tracciare una linea verticale che parta da 'Oct 2014'.
Con tutta evidenza, la campagna per il referendum sull'euro non ha avuto il minimo impatto sulle preferenze di voto per il M5S; non è riuscita né a scalfire il consenso del PD, né, in particolare, ad arrestare la crescita della Lega.
Se uno avesse la pazienda di consultare tutti i sondaggi degli ultimi sei mesi, noterebbe due cose: un discreto picco dei consensi al M5S in corrispondenza dell'inchiesta Mafia Capitale; e una leggera risalita nelle ultime settimane. Questa ultima risalita, a mio modesto avviso, è riconducibile alla circostanza, alla portata di qualsiasi osservatore, che da un po' di tempo il M5S non attira più l'attenzione dei media per i suoi contrasti interni, ma per le cose che dice; prova ne è il fatto che nei talk shows sono sempre più presenti esponenti del Movimento, e non più solo i fuoriusciti.
Alla luce di questi dati, è forse lecito formulare un'ipotesi: chi affermava che i guai del M5S erano dovuto all'ambiguità sulla questione euro esagerava, e grandemente, l'importanza che tale questione ha presso l'elettorato italiano, che è invece sensibile ad altre questioni; prima su tutte, il malaffare del ceto politico.